TERRA E LIBERTA' / CRITICAL WINE PDF Stampa E-mail
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Martedì 21 Ottobre 2008 22:41

Che cos’è Terra e Libertà/Critical wine

Critical Wine è una manifestazione itinerante che da alcuni anni fa conoscere ai consumatori piccole produzioni vinicole rispettose del lavoro contadino e della terra.

Il progetto nasce da un’idea di Luigi Veronelli - giornalista enogastronomico - dalla necessità di difendere i piccoli produttori agricoli dallo strapotere delle multinazionali agro-alimentari. I piccoli produttori, saranno presenti per far degustare i loro vini, li presenteranno ai cittadini e discuteranno, seduti attorno a grandi tavoli, di agricoltura, nuova contadinità, di trasformazione della produzione e di rivoluzione dei consumi.

Il Lario critical wine vuole essere una riproduzione, in piccolo e delocalizzata, di questo evento che ha preso forma al Centro Sociale La Chimica di Verona, al Magazzino 47 di Brescia, al Leoncavallo di Milano ed in molti altri spazi autogestiti.

La nostra esperienza, però, sia per modalità che per territorio si avvicina a quella dei compagni di Montaretto (SP), che da alcuni anni, nel ponte pasquale, organizzano appunto un Critical Wine in un ambiente molto simile a quello di Moltrasio.

Abbiamo deciso di contattare quei produttori che avevamo avuto la fortuna di conoscere durante alcuni di questi appuntamenti e di chiedere loro la disponibilità a partecipare ad una giornata organizzata in una zona diversa dalla loro.

Tuttavia, probabilmente non siamo noi i più indicati a spiegare cos’è il progetto t/Terra e libertà/critical wine. Molte altre persone, che da anni lavorano a questa idea – intuizione di Luigi Veronelli ne sono più adatte. Abbiamo quindi deciso di riportare un riassunto dei dodici atti di sensibilità planetaria, dai quali parte questo progetto, tratti dall’omonimo libro "Terra e libertà/critical wine. Sensibilità planetarie, agricoltura contadina e rivoluzione dei consumi" Ed. Deriveapprodi, 2004.

 

I 12 atti della sensibilità planetaria

 



RIATTIVARE LA RELAZIONE TRA SAPERI E SAPORI :
il primo atto di sensibilità planetaria/ribelle è interrogare il rapporto tra saperi e sapori della vita. Un rapporto che rischia, come tante altre cose della nostra esistenza, di scivolare nel laboratorio di marketing dell’industria agroalimentare contemporanea la quale cerca di surrogare la distruzione metodica, progressiva, scientifica dei sapori della vita presentando i suoi prodotti incommestibili innaffiati col pepe rancido di saperi totalmente inventati o reinventati. Così in tutte le rubriche di moda sui giornali o alla tv i saperi e i sapori sono nel titolo. Più che un legame, l’insistenza su saperi e sapori della propaganda dell’industria agroalimentare contemporanea, denuncia una discrasia, un antagonismo profondo, il definitivo compiersi di un divorzio sospettato da tempo tra produzione e cultura. Segnala il definitivo dominio della produzione industriale di massa non solo sui produttori ma anche sui saperi. […] Il sapere della vita viene surrogato dal sapere sulla vita. […] t/Terra e libertà/Critical wine (t/Tl/cw) vuole costruire una difesa pratica della vita materiale, contro le nocività politiche, culturali, sociali che svalutano l'esperienza sensoriale, le capacità dialettiche del linguaggio, la coscienza del vissuto individuale e dei processi storici collettivi. Costruire in maniera cooperativa forme e strumenti di comunanza, condurre al riconoscimento della cosa comune, dall’aria all’acqua al cibo fino alla produzione informatizzata e alle reti.
Il carattere connettivo del progetto t/Tl/cw si manifesta nella sperimentazione e nella pratica ricombinante dei punti dove si intersecano lavoro, agricoltura, ambiente, alimentazione, nuove tecnologie, creatività.

 

PER LA RIAPPROPRIAZIONE SENSORIALE E RAZIOCINANTE:
il secondo atto della sensibilità planetaria è stato quello di concepire l’insensatezza della realtà, non più come deficit di raziocinio di menti peregrine ma come deprivazione sensoriale, come difficoltà o impossibilità di esperire nella socialità planetaria la nostra sfera sensitiva. Sensibilità planetaria è dunque atto di resistenza contro la distruzione dei sapori, contro l’annichilimento dei saperi ma anche contro la deprivazione sensoriale che ci porta all’ottundimento della nostra facoltà di udire, di vedere, di tastare, di gustare e di annusare. […] La sensibilità planetaria è dunque riaffermazione della centralità sensoriale e nel contempo ricentralizzazione del senso dell’agire.

PER NUOVE RELAZIONI SOCIALI (ovvero rapporti di produzione):
il terzo atto della sensibilità planetaria/ribelle è quello di concepire che l’insensatezza planetaria deriva dai rapporti di produzione, ovvero dalle modalità con le quali gli uomini producono e si relazionano tra di loro. […] Negli ultimi due secoli siamo stati abituati a ragionare sul rapporto tra macchinismo industriale e ambiente. La soglia d’indifferenza verso l’impatto ambientale del macchinismo è stata superata da tempo. Le prossime generazioni si troveranno costrette a produrre prevalentemente per riparare i danni delle produzioni precedenti. […] Ciò che è altrettanto evidente, ma che è privo di forza dell’evidenza, non è cioè ancora un luogo comune, è che le modalità del produrre, archiviata l’indifferenza all’ambiente, insistono a riprodurre in crescendo una completa indifferenza al rapporto tra materie prime e produzione e ancor di più una totale indifferenza alle relazioni sociali. Il modello prevalente del macchinismo contemporaneo tende a riprodurre l’utopia della produzione di tutto e di tutti in laboratorio. La realtà verso cui tende il macchinismo industriale è produrre praticamente tutto tendenzialmente senza niente. Siamo abituati a pensare che la scienza sia al servizio della produzione, ma occorre riflettere sul rapporto contrario, ovvero sull’appiattimento della produzione industriale alle utopie macchiniche. Il macchinismo ha dimostrato che si può produrre tutto praticamente senza niente. Ma quel tutto che si produce è l’altra faccia del niente. Ciò che si produce ci appare come prodotto semplicemente perché è oggetto di vendita, ma al di fuori della sua capacità di commercializzazione il niente che si produce ha poco a che fare con il prodotto che si dice di produrre. […] Il sapere di laboratorio non riproduce la vita (di una pianta, di un frutto, di una qualsiasi forma della vita), ma la sua rappresentazione nel commercio mondiale. I prodotti industriali agroalimentari sono nient’altro che il simulacro macchinico della vita, l’effetto della distruzione delle relazioni sociali in agricoltura e il surrogato sintetico dello scambio uomo-natura.
Il processo di industrializzazione dell’agricoltura è ormai concluso. Non è solo questo il problema. Non intendiamo certo aderire alle stoltezze di chi intende rinverdire il mito di un’agricoltura contadina priva di macchine e piena di sudore. Chi ha nostalgia per la schiavitù in agricoltura non ha la sensibilità planetaria di t/Tl/cw.
Non abbiamo nulla contro l’uso delle macchine in agricoltura o altrove. Ciò che chiamiamo macchinismo non è il semplice uso delle macchine. Il macchinismo contro cui ci battiamo è il divenire macchina della vita. […] Con la pretesa che questo processo sostitutivo aumenti le capacità produttive a dismisura, la terra di tutto il mondo è stata avvelenata dall’uso dissennato di fertilizzanti e di altri prodotti della chimica industriale. […]

DEINDUSTRIALIZZARE L'AGRICOLTURA :
La deindustrializzazione dell’agricoltura che pretendiamo non è l’eliminazione delle macchine nei processi produttivi. Deindustrializzare l’agricoltura significa dare priorità alla t/Terra, alla Terra intesa come universo cosmico e alla terra intesa come zolla che si calpesta, sulla quale si cammina, si produce. […] Il maiuscolo della Terra - il pianeta, i suoi ambienti, i suoi abitanti, le relazioni tra di loro, il luogo di possibilità della vita - con il minuscolo della terra - il luogo nel quale si vive e si producono relazioni sociali, produttive, culturali, affettive, il luogo delle esistenze individuali - non possono non avere relazioni di coerenza e di conseguenza.
È questo il quarto atto della sensibilità planetaria: avere rispetto per la sensibilità della t/Terra. Tutti i processi produttivi che, con o senza l’uso delle macchine, non tengono conto della sensibilità della terra o deliberatamente la distruggono, vanno combattuti con la terra, per la Terra. L’attività di produzione agricola è sempre, occorre ricordarlo, un’attività di coproduzione, uno scambio continuo e fecondo della relazione uomo-terra. […]
L’agricoltura industriale ci ha indotto a concepire il nutrirsi come mera introiezione di cibo destinata a dare energia alla nostra macchina, il corpo. Così come si fa con l’automobile, siamo indotti a ingerire cibo al posto della benzina con il paradosso che nel mentre si tenta di produrre combustibili naturali, si massimizza la ricerca per produrre cibi industriali.
L’agricoltura contadina deindustrializzata ci insegna invece che nutrirsi non è una mera attività di autoalimentazione. Gli alimenti sono il risultato di un’intensa attività di scambio uomo-natura, di relazioni sociali radicate nella storia e nella cultura, di straordinarie creatività produttive. Cibarsi vuol dire avere sensibilità di tutto ciò, cibarsi non vuol dire soltanto alimentare il proprio corpo, ma nutrire la socialità, le reti di saperi, i piaceri che ruotano intorno alla sua attività. Il prodotto della terra molto prima di essere una merce è il frutto di una doppia relazione con gli uomini e con l’ambiente.
[…] La lotta a favore della biodiversità è anche una lotta contro l’annullamento del gusto, contro la distruzione della sensibilità; non è un semplice amore nei confronti delle diversità del mondo. È la presa d’atto che l’amore per sé è inscindibile dall’amore per il mondo, che il sé e il mondo sono frutto di una relazione creativa continua, relazione che deve avere nella sfera produttiva non, come avviene, il suo annichilimento, ma il suo potenziamento, non lo squilibrio sfrenato, ma una barriera alla polarizzazione economica, non la distruzione degli ambienti e delle società, ma la loro libera espressione.
t/Tl/cw ha collocato al centro della sua progettualità il sistema di relazioni che a partire dalla terra conduce alla Terra e viceversa. Un bicchiere di vino, come qualsiasi altro prodotto della terra, può porre l’attenzione sul circuito virtuoso che deve unire la produzione al consumo; quel circuito è fatto di qualità dell’ambiente, qualità delle relazioni sociali e qualità dei prodotti. Se uno di questi elementi viene a mancare il circuito virtuoso si interrompe. Venendo a mancare uno di questi elementi ogni principio di qualità è falso.
[…] Nell’assaggio di un vino si annuncia o si denuncia il sistema delle relazioni necessarie per crearlo. Veronelli ci ha svelato questa verità. La verità del vino non deriva dalla semplice funzione di costringere alla sincerità il parlante. L’effetto di verità del vino consiste soprattutto nella possibilità di cogliere la felicità o l’infelicità delle relazioni produttive, sociali, di scambio con la natura e l’ambiente da cui proviene.
Non è la prima volta che accade. Già Odisseo bloccò la furia antropofaga di Polifemo grazie al vino.

COMBATTERE IL GIGANTISMO INDUSTRIALE:
Odisseo sconfisse il ciclope con il vino. Odisseo battè il gigante che se ne infischiava delle leggi dell’ospitalità, che disprezzava gli uomini al punto da mangiarli vivi. Tocca riarmarsi del miglior vino come viatico per sconfiggere il ciclope della modernità, il gigantismo industriale che nell’agricoltura, come nella società di tutto il mondo, va fagocitando ambienti, culture, uomini.
Il gigantismo industriale è un effetto dell’economia drogata delle grandi multinazionali.
La bolla che trascina per il mondo i suoi effetti devastanti sull’economia, sui mercati finanziari e tra le società di tutto il pianeta è un effetto del gigantismo industriale delle grandi multinazionali.
Per quanto drogate da guerre terribili e stupide, da fiumi di denaro pubblico, da generose misure fiscali, da incentivi reiterati oltre ogni decoro, una parte notevole dei grandi gruppi industriali di livello internazionale o sono, nel migliore dei casi, in una situazione di stagnazione o non dichiarano apertamente il loro stato di crisi perché tale atto li farebbe precipitare nel baratro.
[…] a livello internazionale si continua a pompare un pallone, le grandi multinazionali, che doveva scoppiare da tempo. E non dovrebbe scoppiare a causa della contrazione dei consumi, della congiuntura internazionale, delle mutate ragioni di scambio. Questi e ad altri sono soltanto epifenomeni. La ragione vera della loro situazione non dipende dal resto del mondo, non è esogena. Dipende dal loro mondo, ha una causa endogena. Le grandi multinazionali stanno scoppiando semplicemente perché sono dei palloni gonfiati, costituiscono delle ciclopiche fabbriche d’infelicità. Analizzare la crisi delle grandi major esclusivamente attraverso il ciclo del mercato internazionale a nostro avviso è un grave errore metodologico. Risultati migliori, se non proprio risolutivi, li dà l’analisi del loro funzionamento interno, delle loro catene di controllo, dei loro processi decisionali, dei loro bilanci, del loro indebitamento, dell’intricata selva d’incroci con apparati politici e finanziari
[…] Mano a mano che diventano più grandi assorbono aria e acqua in quantità spropositata, distruggono le foreste, rendono precarie le altre forme di vita. Il gigantismo industriale si comporta esattamente così. La sua malattia deriva dal male che ha arrecato al mondo: squilibri mostruosi, città invivibili, ambienti devastati. Il mondo costretto a divenire una fabbrica d’infelicità si va ribellando ai suoi ciclopi, non sopporta più le loro angherie.
[…] Come e più delle aziende del socialismo realizzato, le grandi multinazionali vengono foraggiate dallo Stato. Come in quel caso, il motivo formale del salasso deriva dall’interesse nazionale, ma il motivo reale è la rete di mutua solidarietà che da tempo è stabilita, sia pur coi movimenti tellurici del caso, tra grandi gruppi industriali, grandi banche e apparati politici. Anche in questo caso, dietro l’ideologia dello Stato, è cresciuta una cancrena di interessi, di valzer di poltrone e di vorticosi movimenti finanziari […].

CONTRO IDENTITARISMO E GLOBALIZZAZIONE (due facce della stessa medaglia)PER UNA SENSIBILITA' PLANETARIA:
il grumo d’interessi e di azioni che si è formato tra grandi multinazionali, apparati politici di ogni Paese e principali istituti di credito ha favorito un’evolversi del sistema planetario di dominio che con ritmi implacabili distrugge risorse, ambienti, relazioni. Ciò ha favorito per contrappeso l’emergere di tutti i localismi e di molti identitarismi i quali non possono che rimanere come elementi residui, materiali di scarto che la globalizzazione trasporta con sé.
Il sesto atto della sensibilità planetaria/ribelle è il rifiuto netto, inderogabile, di ogni localismo politico e identitario. Il locale che si contrappone al globale non è nient’altro che il suo gemello stupido, rancoroso e noioso.
t/Tl/cw può valorizzare l’autoctonia (per noi: “simbiosi culturale” , “acclimatazione” ) dei prodotti della terra, ma in modo diametralmente opposto a quanto fanno tutte le culture che invocano i diritti del sangue e del suolo. Il mito delle origini, l’attaccamento alle radici sia sul piano culturale sia sul piano politico hanno già prodotto i loro mostri del piagnisteo nostalgico e dell’odio nazionalistico; la loro sterilità sul piano culturale e artistico si è trasformata nel più grande strumento di rancore e nella più stolta macchina di proliferazione delle guerre e dei razzismi.
[…] La sensibilità planetaria rifiuta ogni localismo e concorre a costruire e a diffondere, contro la globalizzazione, prassi e idee internazionali, cosmopolitiche, apolidi che hanno come fulcro, nella modificazione dei rapporti di produzione, la doppia centralità della relazione con l’ambiente e con le società. La sensibilità planetaria ama i particolari perché rifiuta ogni particolarismo, ricerca gli originali perché non crede alle origini, valorizza il locale perché sente puzza di muffa in ogni localismo. La sensibilità planetaria non guarda con occhio nostalgico al passato, ne è acquisita per sempre; è una sensibilità in divenire.

[…] L’autoctonia di un prodotto della terra non ha nulla a che fare con la ricerca mitologica delle origini, su cui accampare qualche stolto diritto. In tutti i prodotti della terra ciò è impossibile. L’agricoltura nasce dal nomadismo. Dal nomadismo degli uomini e dal nomadismo delle piante. Tutto ciò di cui ci alimentiamo ha un’origine alloctona. Invochiamo invece il diritto/dovere di non impoverire la biodiversità del pianeta, la necessità di accorciare la catena alimentare, la possibilità di costruire una nuova contadinità fondata sulla massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi, sulla cura per la terra e per le relazioni sociali che vi si instaurano.

CONTRO GLI OGM: CRIMINI CONTRO L'UMANITA' E CONTRO LA T/tERRA:
non abbiamo nulla in contrario a che si consumino prodotti di altre terre. Siamo anzi felici di conoscerli e di gustarli. Non accampiamo alcun protezionismo per contrapporci di principio ai mercati internazionali. Se difendiamo e valorizziamo i prodotti della singola terra lo facciamo nella speranza che in ogni parte del mondo si faccia altrettanto; non per contrapporre un luogo a un altro, ma per combattere le idee che ispirano i mercati internazionali attuali. Amiamo i particolari di ogni terra perché desideriamo salvaguardare la Terra nella sua interezza, nella sua immensa possibilità di accogliere la sensibilità, la socialità, la felicità che provengono da ogni luogo del pianeta.
Non siamo, lo ripetiamo, contrari in generale al mercato internazionale. È il mercato internazionale, particolarmente quello agroalimentare, nella sua configurazione attuale, che ci trova in assoluto antagonismo. È quel mercato che insiste a favorire la diffusione e la generalizzazione degli Organismi geneticamente modificati grazie ai quali molti prodotti di cui inconsapevolmente ci cibiamo sono dei veri e propri Frankenstein. Gli Ogm sono i mostri dell’agricoltura: a parte le rilevantissime questioni riguardanti gli esiti della modificazione genetica delle piante su di esse e sugli uomini, che già ci impone di combatterli, gli Ogm concentrano l’industria agricola in poche mani, impoveriscono la terra, distruggono la contadinità, eliminano o omogeinizzano il gusto. Gli Ogm costituiscono oggi la più grande minaccia alla sensibilità planetaria. Contro di essi non c’è tempo da perdere né alcuna possibilità di mediazione. La ricerca, la sperimentazione, le legislazioni permissive, l’uso degli Ogm costituiscono un crimine contro la terra e contro l’umanità. Occorre fare di tutto perché ciò non accada. Ma dove la coltivazione, seppur sperimentale, è consentita, bisogna con ogni mezzo distruggere gli Ogm.

[…] Si favoleggia che per avere una dimensione internazionale un’azienda vitivinicola, per esempio, debba produrre non meno di due milioni di bottiglie di vino. Il che equivale a dire che per avere la dimensione internazionale richiesta deve derogare a tutti i principi di qualità e di tracciabilità, non deve produrre vini che abbiano la dignità di questo nome. “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”, è un’antica e vera provocazione di Veronelli. La riaffermiamo poiché anche se un contadino conoscesse poco l’arte di produrre il vino (o qualsiasi altro frutto della terra) potrebbe almeno garantire, diversamente dall’industria, la tracciabilità del prodotto e la provenienza della materia prima. Nell’agricoltura, il gigantismo industriale è letale, ma anche ridicolo. Una multinazionale delle uova fresche potrebbe risultare una barzelletta, eppure vi sono multinazionali simili che per spacciare presunti prodotti freschi hanno dovuto far mutare leggi, regolamenti, protocolli di produzione. Il gigantismo industriale in agricoltura è una sciocchezza, poiché per produrre garantendo alta qualità e tracciabilità del prodotto tutto occorre fare tranne che trasformare gli agricoltori in industriali o ancor peggio in finanzieri. […]

RIDURRE LA DISTANZA ALIMENTARE, ACCORCIARE LA CATENA COMMERCIALE:
la sensibilità planetaria non si costruisce con le pur eccezionali esperienze marginali o di nicchia. Non vogliamo salvaguardare alcuna nicchia di potere o di mercato, commerciale o produttiva. Intendiamo concorrere a definire modalità di produzione, di commercializzazione e di consumo universali in aperto antagonismo con quelle esistenti. Siamo risolutamente contro la retorica, e la presa in giro, dei prodotti tipici. Essi non si contrappongono alla normalità, terribile e disgustosa, dei prodotti dell’industria agroalimentare; sono, invece, il risvolto elitario e identitario degli squilibri socio economici esistenti, prodotti di consumo che, magari a caro prezzo, proteggono le classi abbienti dagli alimenti spazzatura propinati dall’industria agroalimentare, barriera alimentare salutista e sicuritaria contro la misera, la malattia e le paure delle folle. Non è un caso che per tentare di bloccare il movimento delle Denominazioni comunali, proposto da Luigi Veronelli, si siano affrettati a inventarsi la Res Tipica. La differenza tra le due proposte indica la posta in gioco e le filosofie diametralmente opposte di concepire le cose. La Denominazione comunale prevede che la produzione, e la provenienza della relativa materia prima, di ogni singolo territorio sia garantita e certificata dal sindaco (meglio dalla comunità); è un potente fattore di decentralizzazione dei poteri sull’economia; permette la localizzazione e la visibilità delle responsabilità relative ai rapporti di produzione, alla qualità e ai prezzi dei prodotti; è una proposta semplice e universale che contrasta e supera tutte le ciance rispetto al federalismo. La Res Tipica, invece, è un’operazione di marketing che, all’ombra dei regolamenti, dei riconoscimenti e dei finanziamenti europei, promuove qualche singolo prodotto locale dell’industria agroalimentare nella rete commerciale nazionale e internazionale. […]


PER UNA CONTADINITA' PLANETARIA:
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iruralizzare il mondo partendo da una sensibilità antigerarchica che ci fa percepire la t/Terra come casa propria, contro l’attaccamento conservatore e l’invenzione localista delle radici, contro il rapporto razzista sangue-suolo di infausta memoria. Per un’agricoltura cosmopolitica, utopica e - con un ossimoro concettuale - per un’agricoltura nomade, per un rapporto nomade con la Terra: sentirsi a casa propria in ogni luogo della Terra, su ogni zolla di terra. Un’idea che viene da lontano. Forse qualcuno ricorda ancora quel canto proletario dell’Ottocento: “Nostra patria è il mondo intero, nostra idea la libertà…”.
Partendo da questi presupposti, la contadinità planetaria è il settimo atto della nuova sensibilità: il miglior modo per aver cura del pianeta è prendersi cura, personalmente e collettivamente, di ogni sua forma di vita e di ogni relazione tra organico e inorganico. È questo anche il miglior principio produttivo. La produzione di merci anche in agricoltura è l’elemento più enfatizzato del processo produttivo. Ma la merce è l’elemento simbolico finale di un processo che va seguito dalla fonte, dalla sorgente produttiva. La produzione sorgente indica lo stato dell’aria, della terra, del seme, della pianta. Tutto ciò deve essere ritenuto materia prima; l’equilibrio e la qualità della produzione discendono dall’equilibrio e dalla qualità della materia prima. La materia seconda della produzione sorgente riguarda il rapporto tra i produttori e la materia prima. […] La specificità dell’attività lavorativa e la remunerazione dell’attività agricola sono aspetti fondamentali per il successo della nuova contadinità. Essa non deriva dalla riproposizione romantica del mito della terra. La nuova contadinità opera una trasformazione profonda dei rapporti di produzione in agricoltura proprio perché deriva da uno iato profondo con la contadinità classica. Per quanto possa sembrare paradossale, la nuova contadinità, in particolare quella dei paesi a capitalismo avanzato, non origina specificamente dalla terra, ma deriva da un movimento nomadico di riappropriazione della terra di una nuova soggettività agricola che proviene dalla città o, molto spesso, addirittura dalla metropoli. […] La nuova contadinità nasce dalla distruzione di quella classica e dal rifiuto del gigantismo urbano. Il movimento di riruralizzazione è un atto di critica profonda alle modalità del vivere e del produrre della città contemporanea. La nuova contadinità non nasce semplicemente dalla terra, ma si trasferisce sulla terra con questa radicalità d’esperienza. […] La contadinità di nuova formazione è ricca di conoscenze e di relazioni e dispone, o ha la potenzialità di disporre, anche di redditi mediamente superiori a quelli del lavoratore urbano. Al contrario delle tante volgari ricette per combattere la disoccupazione urbana che si sono rivelate un mero strumento per mantenere la forza lavoro in stato di assoluta precarietà e subordinazione, il movimento di riruralizzazione ha costituito, e ancor di più può diventare, una parziale, ma efficace risposta ai problemi di reddito, di precarizzazione, di degrado che non potranno non esplodere nell’immediato futuro delle città.
[…] Per la realizzazione di queste proposte non facciamo leva sulle leggi, sui governi, sugli stati. La sensibilità planetaria non può essere realizzata per decreto né può arricchirsi al riparo di qualche legge. Le leggi prevedono che qualcuno le imponga ai sottoposti. È l’ottavo atto: la sensibilità planetaria è facoltà di ciascuno, ma non si può imporre a nessuno.


PER LA RESPONSABILITA' INDIVIDUALE E L'AUTOCERTIFICAZIONE:
[…] Il nono atto della sensibilità planetaria afferma il principio di responsabilità e l’autocertificazione. Nessuna ignominia può essere tollerata solo perché si ripara all’ombra delle leggi. La legge non sostituisce, né copre il deficit di responsabilità con cui ciascuno e tutti ci rapportiamo al mondo sia come produttori sia come consumatori. È questo il motivo per il quale abbiamo evitato di redigere un altro protocollo universale o di invocare un’ennesima certificazione legale. Abbiamo optato, al contrario, per l’autocertificazione che chiediamo a tutti i produttori di definire con cura e di rendere chiaramente visibile. Ci siamo limitati a proporre le voci riguardanti ogni singolo atto produttivo dalle cui modalità ciascuno può farsi un’idea precisa non solo del prodotto finale ma anche del produttore e della filosofia che ispira la sua attività.
Nel protocollo di autocertificazione è possibile leggere con assoluta chiarezza la materia prima - lo stato dell’aria, della terra, del seme, della pianta - e la materia seconda - il rapporto tra i produttori e la materia prima - della produzione.

PRODURRE IDEE SEMPLICI PER TRASFORMARE LA PRODUZIONE:
il ciclo produttivo non si interrompe con la materia prima e la materia seconda. Qualsiasi prodotto continua a costruire il suo circuito di relazioni sociali e ambientali anche dopo che è stato manufatto. Pensare che la distribuzione e il consumo non facciano parte del ciclo produttivo del prodotto è fuorviante. La relazione produttiva infatti nel corso della distribuzione e del consumo dei prodotti passa dallo stato particolare a quello generale, dall’affare privato a quello sociale. […] Nella promozione, distribuzione e consumo il prodotto acquisisce invece il suo elemento universale, non afferisce più a un rapporto privato o tra privati, ma si definisce e si sostanzia per il suo aspetto pubblico. Ancor più che nella mera fabbricazione, un prodotto definisce il suo campo di relazioni universali, sia di carattere sociale sia di carattere ambientale, per le modalità con le quali viene promosso, distribuito, venduto e consumato. […] I rapporti di produzione in questa fase sono così celati agli stessi produttori. I produttori non sono più in grado di governare il processo produttivo, ma neanche la produzione materiale è in grado di governare il circuito della commercializzazione e del consumo. Anzi, le regole e le modalità della produzione materiale devono sottostare sempre più alle forme, e ai ricatti, della grande distribuzione. Il governo della filiera produttiva, e anche le modalità di appropriazione e di distribuzione della ricchezza, si possono cogliere in modo più diretto e cristallino al momento in cui la merce si gloria del suo trionfo. Quel momento, il circuito commerciale del consumo, diventa anche più direttamente e più facilmente sottoponibile alla critica, allo sciopero e al sabotaggio. La critica, lo sciopero e il sabotaggio sono armi necessarie nei confronti della grande distribuzione, senza dimenticare che è stolto rivendicare in modo pedissequo la bellezza della piccola distribuzione. I danni e i raggiri della grande distribuzione si trovano a volte ingigantiti anche nella piccola. Comunque sia, la critica, lo sciopero e il sabotaggio sono necessari, ma non sufficienti. Urge il decimo atto della sensibilità planetaria/ribelle: produrre idee semplici, efficaci, immediatamente applicabili e universali che siano in grado nel futuro presente di trasformare i rapporti di produzione, o almeno di rendere visibili le contraddizioni degli attuali rapporti di produzione.

PER LA MASSIMA TRACCIABILITA' DEI PRODOTTI:
l’idea - che è anche l’undicesimo atto della sensibilità planetaria - della massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi risponde a questi requisiti. La distribuzione attuale cela totalmente i lunghi percorsi della catena produttiva e commerciale. Noi non siamo in grado di sapere dove, chi, come e a quali prezzi si produce materialmente ciò che acquistiamo. È un’ignoranza non da poco che ci consente tuttavia di capire che nel marchio del prodotto che compriamo si manifesta un’attività di espropriazione gigantesca che si compie a livello mondiale a danno dei produttori e dei consumatori. L’esproprio della conoscenza dei prodotti e dei prezzi della catena commerciale sottintende non solo un furto del sapere, un’appropriazione indebita del lavoro altrui, ma anche una rapina compiuta nell’ossequio di tutte le regole economiche internazionali. La rapina con la quale nell’attuale modalità dei rapporti di produzione la distribuzione della ricchezza privilegia il circuito commerciale a danno di quello della produzione materiale e del consumo. Costruire dunque modalità diverse di distribuzione e di commercio, che riducano la distanza tra produttori e consumatori e ne favoriscano, laddove è possibile, il rapporto diretto, è fondamentale. In tutto il mondo si vanno costruendo esperienze di gruppi d’acquisto. In Italia si vanno diffondendo i gruppi d’acquisto solidali, i Gas, che stanno compiendo una meritoria attività pionieristica nel campo. Sono esperienze diverse e a volte dissimili che vanno diffuse e potenziate.

PER IL PREZZO SORGENTE:
la proposta semplice, pratica, immediatamente applicabile, universale che ha la possibilità di scardinare le attuali modalità di produzione è quella del prezzo sorgente. Il prezzo sorgente è quello che i produttori fissano al momento di vendere il loro prodotto. La semplice informazione derivante dall’applicazione in etichetta - o in controetichetta - del prezzo sorgente è in grado di rendere tracciabile, visibile, evidente, certificabile la catena commerciale con i relativi ricarichi. Non occorre che al momento della vendita siano indicati in etichetta più prezzi. Il prezzo sorgente rende esplicito ogni ricarico ed evidenzia i meccanismi di appropriazione e di distribuzione della ricchezza che avvengono in tutta la filiera del prodotto, dalla produzione materiale al consumo. Il prezzo sorgente allude e rende concretamente possibile che altre modalità di produzione, di commercio e di consumo siano pensate ed esperite.
[…] Consumare vuol dire coprodurre. Nell’attuale modalità di produzione vige un antagonismo profondo e artato tra consumatore e produttore. Un antagonismo che ha scarsa aderenza con la realtà, che deriva dalla polarizzazione delle funzioni di produzione e di consumo in sistemi di relazioni che sono interrotte dal circuito di distribuzione e di commercializzazione. La produzione è sconosciuta al consumatore tanto quanto il consumo è sconosciuto al produttore. Ambedue soggiacciono ai saperi e ai poteri della lunga catena commerciale che si frappone fra di loro, li domina e li sfrutta. Eppure, a ben vedere, produttori e consumatori sono inscritti in un circuito comune. Ambedue concorrono a produrre il sistema di relazioni sociali esistente e sono funzioni quotidianamente intercambiabili. Anzi, inevitabilmente, la funzione di produzione materiale è di gran lunga inferiore a quella di consumatore reale. Ciascuno produce poche cose, ma ne consuma tante di più già nel semplice atto della produzione materiale. Inoltre, il macchinismo ha comportato un ribaltamento delle gerarchie dei saperi. Un tempo, il bagaglio di conoscenze del produttore era di gran lunga superiore a quello del consumatore. Nella contemporaneità avviene il contrario. Consumare è più difficile che produrre, richiede conoscenze e relazioni sociali più elevate.
Ma consumare non è altro dal produrre. È il dodicesimo, provvisoriamente ultimo, atto della sensibilità planetaria. Le scelte e le modalità del consumo, in particolare quelle che intendiamo concorrere a creare, costituiscono un circuito di coproduzione che le legano indissolubilmente alla produzione.
Altri atti seguiranno o sono ravvisabili in questo come in tanti altri libri. La sensibilità planetaria si esprime nell’atto di parola, non disdegna la scrittura, ma forgia i suoi principi nella nuova alleanza che le società, gli uomini e le donne cominciano a stringere con la t/Terra. Siamo ospiti della terra: continuare a ucciderla non è che l’ultimo ciclopico tentativo di suicidio della specie.

Luigi Veronelli, Simonetta Lorigliola, Maurizio “Muro” Murari, Marc Ribaldi, Pino Tripodi

tratto da "Terra e libertà/critical wine. Sensibilità planetarie, agricoltura contadina e rivoluzione dei consumi" Ed. Deriveapprodi, 2004.
Per acquistare il libro http://www.deriveapprodi.org

Ultimo aggiornamento Martedì 21 Ottobre 2008 22:48